DUE AMICHE IN CORSO MATTEOTTI, UNA CHE UCCIDE L'ALTRA, IL GIALLO CHE DIVISE I TORINESI NELL'ESTATE 1930, a cura di Massimo Centini.

La vicenda criminale che ha per protagonista Rosa Vercesi, ha tutte le peculiarità per essere il canovaccio di un noir d’altri tempi, con tutte le sue sfumature, con le sue ambiguità e inquietudini.
Accadde a Torino nel 1930, anno in cui morì Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes: l’investigatore positivista protagonista di quattro romanzi e tanti racconti, dell’autore e apocrifi, nei quali non sfigurerebbe la vicenda Vercesi.
Comunque ci sono anche tutti gli estremi per trarre i tasselli di una “storia gialla” di quelle di una volta: quelle da feuilleton.
Ma la letteratura è finzione, perlustrazione intellettuale, anche gioco. La realtà è un’altra cosa: lì la violenza è vera, il sangue è sangue e alla fine non sempre i colpevoli sono assicurati alla giustizia.
vercesi 1Entriamo quindi nella realtà di una Torino degli Anni ruggenti, dominati da un ottimismo che poteva anche essere un modo per mascherare l’angoscia. È l’estate del 1930 e la scena del crimine è un’elegante palazzina di corso Matteotti 51, allora però si chiamava ancora corso Oporto e, come oggi, era un’area della città in cui vi erano palazzi abitati dalla borghesia, contrassegnati dalla figura dell’onnipresente portinaia, alla quale non sfuggiva nulla. Ed è proprio una portinaia la prima comparsa nella vicenda che ci accingiamo a raccontare.
Il suo nome era Teresa Caramagno, quel 19 agosto 1930, come ogni mattina, sul presto, era intenta a pulire le scale della casa e quando giunse al quinto piano fu colpita dalla porta dell’alloggio della famiglia Nicolotti: era socchiusa e con la luce all'interno accesa.
Non vi era alcun rumore che potesse tradire la presenza di qualcuno nel suo interno. La portinaia però non approfondì la questione. Avrebbe dovuto farlo, mezzora dopo, ma ancora non poteva saperlo.
Era ritornata in cortile quando nell'androne giunse il commesso de “La falena”, una bottega specializzata in biancheria e situato in via Santa Teresa 12, che Vittoria Nicolotti gestiva con una socia.
La signora Caramagno si ricordò della porta socchiusa e giunse alla conclusione che era necessario indagare. Risalì al quinto piano e entrò nell'alloggio… Scoprì subito la “signorina”: era sul letto, nuda, sul corpo una coperta. Era segnata da numerosi lividi e graffi, vi erano anche tracce di morsi: probabilmente l’omicidio fu preceduto da una lotta violenta.
Gli agenti di polizia, chiamati dalla portinaia, stabilirono che la donna era morta per strangolamento; poi ebbero modo di sapere, da alcuni inquilini del palazzo, che nel corso della notte furono udite delle donne litigare, qualcuno affermò anche di aver sentito dei lamenti e forse grida di aiuto. Nessuno di loro pensò però di risalire all'origine di quei rumori.
Mentre Vittoria Nicolotti, trentadue anni e un fisico da ragazzina, venne trasferita all'obitorio, gli inquirenti cercarono di individuare nell’appartamento qualche indizio che potesse indicare una traccia concreta da seguire. Nelle stanze regnava il caos: evidentemente la lotta e poi la ricerca di qualcosa, da parte dell’assassino, avevano messo tutto a soqquadro, rendendo più difficile il lavoro degli agenti.
vercesi 2La Nicolotti fu uccisa quando in casa era sola: il padre era morto da alcuni anni, mentre la madre era ospite presso dei parenti sul Lago Maggiore e il fratello viveva a Chiomonte, in Valle di Susa, dove lavorava come capostazione.
Indagando sulla ristretta cerchia di conoscenze, saltò fuori che la vittima doveva trascorrere la serata del 19 agosto (quando venne uccisa) con l’amica Rosa Vercesi. Un indizio prezioso che poteva rivelarsi di grande interesse per ricostruire le ultime ore di Vittoria.
Le Vercesi venne avvicinata dagli agenti nel suo alloggio di via Madama Cristina: si dimostrò un “po’ strana”, ma sulle prime non sembravano esserci elementi per allertare i poliziotti. La donna li seguì in commissariato portandosi dietro la pelliccia: un fatto molto insolito se si considera che era agosto e il termometro, a Torino, raggiungeva anche i 35 gradi, con punte di 40!
In questura la Vercesi non ebbe difficoltà a ricostruire la serata trascorsa con l’amica: una rapida cena consumata nella casa di corso Oporto, poi in tram per andare a Parco Michelotti, lungo il Po, tra il ponte di piazza Vittorio e quello di corso Regina Margherita, per assistere a uno spettacolo di varietà.
Durante il percorso, le donne si resero conto che ormai era troppo tardi e quindi decisero di scendere, all'altezza della stazione ferroviaria di Porta Nuova, per fare due passi. Per un momento pensarono di concludere la serata al cinema, ma poi l’idea fu abbandonata perché la pellicola proiettata al “Cinepalazzo” (in seguito diventato il “Corso”), Jim Mistero, non era di loro gradimento.
Venne così stabilito di rientrare a casa della Nicolotti, a piedi. La ricostruzione era credibile: infatti, il cinema si trovava a due passi dalla stazione ferroviaria, dove le donne erano scese dal tram. Inoltre, anche i tempi indicati dalla Vercesi erano compatibili con l’itinerario seguito. Dal cinema, situato in via Carlo Alberto, all'angolo con corso Vittorio Emanuele II, le donne avevano seguito l’illuminata arteria fino a corso Re Umberto, dove svoltarono a destra e in breve giunsero in corso Oporto. Le donne salirono in casa, Rosa e Vittoria avrebbero dovuto parlare di affari…
Infatti la Vercesi, che oggi sarebbe indicata come un “consulente finanziario”, svolgeva il delicato compito di gestire i beni bancari della vittima.
In parole povere parlarono di soldi, argomento che, come è ben noto, spesso è destinato a degenerare in discussioni e litigi. Quella sera invece non ci furono screzi, almeno questa fu la versione fornita dalla Vercesi.
Disse anche che quando uscì dalla casa in compagnia dell’amica, che la volle accompagnare al tram, notò un uomo davanti al portone. Dal mezzo pubblico, osservò Vittoria rientrare con quell'uomo misterioso… Forse era lui l’assassino?
Di certo si trattava di qualcuno che Vittoria conosceva molto bene, in caso contrario non si poteva comprendere per quale motivo l’avrebbe fatto entrare a quell'ora di notte.
Mentre Rosa Vercesi proponeva la sua versione, le indagini necroscopiche stabilirono che Vittoria aveva lottato con forza contro il suo aggressore: ne erano traccia concreta le piccole parti di pelle e di sangue coagulato presenti sotto le unghie della vittima.
Gli inquirenti decisero di ricercare sul corpo della Vercesi delle escoriazioni e ferite da relazionare a quelle rinvenute sul cadavere. L’idea del controllo incrociato sembrava quella vincente: infatti sul corpo della donna vi erano graffi e tagli, alcuni dei quali molto profondi,. La donna disse di essersi ferita cadendo in un cespuglio di rovi durante una gita con il fidanzato; poi si accusò anche una spilla mal fissata alla camicetta… Erano prove effettivamente un po’ debolucce e così venne trattenuta in carcere.
In realtà Rosa un ragazzo l’aveva, si chiamava Arturo Pistamiglio, lavorava alla Banca Commerciale Italiana: abitava a Pino Torinese e aveva una casa di campagna a San Michele di Bra, nel Cuneese. Non ebbe alcuna riserva nell'affermare che la donna era la sua fidanzata. Disse anche che loro, abitualmente, nei giorni festivi, avevano l’abitudine di trascorrere lunghe ora in barca sul Po, a Torino.
Mentre Rosa era alle “Nuove”, nella attesa che, in un modo o nell'altro, la situazione si sbloccasse, le venne trovata addosso una lettera che aveva scritto ai suoi familiari. Una lettera molto compromettente, poiché indicava come far sparire una prova.
Ecco il contenuto della lettera incriminata: “Appena vi sarà possibile avere le chiavi di casa mia, vi prego di far scomparire dalla plafonnière della mia camera da letto alcuni gioielli che vi ho nascosto e che aveva dimenticato la mia amica la sera che venne a casa mia. Lasciò la penna, dopo averla adoperata per scrivere un biglietto; l’anello se l’era tolto per lavarsi le mani e la spilla per togliersi l’abito. Quando siamo uscite, non ce ne siamo accorte subito. Ce ne siamo accorte quando eravamo già in corso Vittorio Emanuele, ma non siamo ritornate indietro perché era già troppo tardi.
La mia amica mi disse che li avrebbe potuti mettere coi titoli: sarebbe venuta a ritirarli mercoledì. Siccome c’erano sempre gli operai che giravano per la casa, li ho messi nella plafonnière per sicurezza. Dopo il fatto, data la mia posizione già tanto compromessa, non ho parlato per non aggravare la situazione. Speravo di uscire e di restituire alla famiglia ogni cosa. Ma oggi non lo posso fare perché mi attirerei una colpa che, lo giuro, non ho commesso. La mia buona azione potrebbe essere male interpretata (…) Se oggi mi trovassero quegli oggetti, mi farebbero andare all'ergastolo e la mia innocenza non varrebbe nulla (…) Distruggete questo biglietto, subito. Dopo aver avuto le chiavi, lasciate passare qualche tempo in modo che non corriate il rischio di essere sorpresi. E serbate il segreto più assoluto: badate a non dire nulla a nessuno, qualunque cosa accada. Data la mia posizione, devo negare a qualunque costo. Non dite nulla neppure all'avvocato, potrebbe fare la spia”.
Quella lettera costituiva un elemento di grande importanza per gli investigatori, soprattutto quando gli agenti ritrovarono i gioielli della Nicolotti nel lampadario della casa di via Madama Cristina.
Alla Vercesi venne chiesto perché avrebbe dovuto nascondere solo i gioielli dell’amica e non i propri: lei non ebbe difficoltà a dimostrare che ciò era determinato dal fatto che lei aveva da tempo affidato i suoi beni al Monte dei pegni…
In effetti la donna era in condizioni finanziarie drammatiche: senza un soldo, senza neppure quelli dell’amica di cui avrebbe dovuto essere l’oculata amministratrice.
In seguito, nel corso del processo, la Vercesi disse: “nella mia vita ho fatto tanti mestieri, prima in una ditta di radiatori, quindi in una fabbrica di scatole. Ho fatto anche la soffiatrice alla vetreria Zimbelli e per due anni mi sono occupata di corrieri. Da Arpino, invece ho fatto la magazziniera per quattro anni e poi la viaggiatrice per nove mesi. Fui impiegata da quattro anni da Genovesio e poi da Gilli. Infine, ho avuto funzioni di cassiera e poi di procuratrice nell’agenzia di cambio del ragionier Silvio Brena, fino al mese di febbraio del 1930. Mi erano corrisposte dalle 900 alle 1000 lire mensili e nel mio ufficio collaborai a operazioni per milioni di lire”.
Resta il fatto che quando la Nicolotti fu uccisa, la Vercesi, che si doveva occupare dei suoi beni, era totalmente priva di denaro. Forse, la notte dell’omicidio, Vittoria voleva indietro i suoi soldi. Rosa non era però in grado di far fronte agli impegni: probabilmente la causa dell’omicidio. Poteva essere una motivazione credibile: per i giudici fu l’unica.
Questa la ricostruzione dei fatti secondo l’accusa, poi avvalorata dalla giuria e dai giudici.
La Vercesi trascorse la notte in casa dell’amica - si disse che tra le donne vi fosse un legame saffico, ma su questo aspetto non vi è chiarezza - dopo averla uccisa, intorno alle sei del mattino, uscì di casa con un impermeabile con il bavero alzato e cappello. Aveva con sé anche il pentolino per il latte.
Si fermò al chiosco dei giornali e acquistò due quotidiani, poi andò verso il Parco del Valentino. Quando giunse in via Ormea, nascose in un portone l’impermeabile e le chiavi di corso Oporto; poi continuò fino al Parco, dove quasi certamente si liberò del resto del travestimento. Solo la borsetta venne ritrovata quasi subito da un uomo che aveva portato il suo cane a correre nei vialetti del Valentino. Quella borsetta apparteneva a Vittoria Nicolotti.
La Vercesi aveva quindi finto di essere la sua vittima, per riuscire a passare inosservata ed uscire dalla casa di corso Oporto senza destate sospetti. Certamente era riuscita nel suo intento, solo che, con grande superficialità, aveva lasciato dietro sé tracce facilmente individuabili.
Rosa Vercesi venne condannata all'ergastolo senza ottenere alcuna attenuante. La città era divisa tra innocentisti e colpevolisti: certamente sulla vicenda pesava non poco quello strano rapporto che legava le due donne. C’era qualcosa di perverso in quel crimine, un quid di alterità che faceva volare la fantasia e suscitava emozioni forti.
E altre emozioni forti sarebbero trapelate alcuni anni dopo: l’imputata avrebbe colpito la vittima, dopo aver assunto una forte dose di cocaina. La droga sarebbe stata fornita dalla Nicolotti che, sempre secondo la Vercesi, era considerava uno strumento di seduzione per attirare a sé l’ignara Rosa. Lei non volle che questa versione fosse portata in tribunale: sapeva dell’impossibilità di dimostrarla e quindi fece in modo che il suo avvocato ne parlasse solo in seguito.
Rosa affrontò con coraggio e rassegnazione il carcere: fu reclusa in alcuni istituti fino al 1959, quando ottenne la grazia. Aveva alle spalle quasi trent’anni di prigione.
Si trasferì a Trani dove, quando si trovava nel carcere di quella città, aveva stretto amicizia con una sorvegliante del penitenziario. Forse l’unica amica che aveva. Lì conobbe anche l’anziano zio della donna, con il quale si sposò nel 1962.
Tredici anni dopo rimase vedova, invecchiò precocemente, provata nell’anima e nel fisico. Morì nel 1981, nell’ospedale di Trani.
Morì sola e dimentica. Almeno questo era quello che credeva. Perché, come ha scritto Guido Cernetti in La vera storia di Rosa Vercesi e della sua amica Vittoria, la vita di questa donna è entrata in profondità nella memoria collettiva: “ha rotto la diga del perbenismo (…) chiamando su di sé la vendetta e la compassione a un tempo della Società, ha fatto parlare di lei giornali e cattedre universitarie, è diventata pupilla del tragico, un caso, il caso Vercesi, che con la sentenza non sarà chiuso”.

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